Il bambino maltrattato, introduzione e dati italiani

Il maltrattamento dei minori, introduzione e dati italiani

Alessandro Gamba
www.studiodipsicologia.net

Le cure che i bambini ricevono dai genitori stanno alla base del loro equilibrio emotivo, interpersonale e sociale. La qualità delle relazioni che essi instaurano con gli altri, inclusi i loro figli quando diventeranno genitori, sarà influenzata dalle esperienze di educazione e cura della propria infanzia.

Tutti sappiamo la cura materiale è fondamentale: essere adeguatamente nutriti, coperti, puliti, curati in caso di malattia, sono tutte condizioni essenziali per la sopravvivenza. Ancora, basilare per un buon funzionamento psicologico, è la cura emotiva. Affinché un bambino possa acquisire un senso di identità, autostima e controllo dell’ambiente, è necessario anche che abbia un genitore in grado di incoraggiare il contatto sociale del piccolo con i pari, che gli fornisca un’attenta educazione di base sui modi di comunicare e affrontare i cambiamenti della vita. La distinzione tra cure materiali ed emotive, tuttavia, è fittizia in quanto entrambi i tipi di cura risultano notevolmente intrecciati. I più semplici gesti di cura fisica sono caricati e nascondono dietro di sé importanti significati emotivi, come se l’azione di cura materiale fosse diretta espressione del mondo affettivo del caregiver. Se questo mondo affettivo risulta connotato positivamente in termini di interesse e fiducia nei confronti del bambino, egli svilupperà un senso di sé positivo e un attaccamento sicuro.

Il detto popolare recita: “Quel che non ammazza, fortifica”. Purtroppo invece quello che quasi ammazza può indebolire o, quanto meno, la forza richiesta per sopravvivere a un trauma può esigere un costo molto alto in termini di funzionalità cognitiva, gestione degli affetti, sviluppo dell’identità e crescita dei rapporti interpersonali. Il trauma infantile ha infatti un potente impatto nel provocare i disturbi psichiatrici più diffusi, i disturbi di personalità, gli stili di vita maggiormente a rischio, comportamenti violenti e autodistruttivi, problemi relazionali, ridotte capacità genitoriali. L’abuso infantile è considerato il maggior fattore di rischio per i disturbi dell’umore, disturbi psicotici, disturbi di personalità, disturbi d’ansia, abuso di sostanze (Archives of General Psychiatry, 2010).

Un dato recente e particolarmente allarmante vede l’abuso in età infantile come uno dei maggiori fattori di rischio per lo sviluppo di malattie fisiche (Felitti, 2010).

Il maltrattamento dei minori, storicamente, non è quasi mai stato un problema oggetto di particolari attenzioni. In Europa, solo nel XVIII secolo l’attenzione nei confronti dell’infanzia divenne maggiore soprattutto in Francia, dove la Costituzione del 1793 proclamò che “il bambino non possiede che diritti”. Solo all’inizio del 900, però, pedagogia, psicologia e sociologia cominciarono a occuparsi dei bisogni dell’infanzia: vennero dunque riconosciute esigenze, bisogni affettivi e psicologici specifici e si iniziò ad affermare che i diritti dei minori dovessero essere universalmente tutelati. In quest’ottica, nel 1925 fu approvata a Ginevra la “Dichiarazione dei diritti del fanciullo”, in cui è affermato che il minore deve essere posto in condizione di svilupparsi in maniera normale sia sul piano fisico che spirituale, che i bambini hanno il diritto di essere nutriti, curati, soccorsi e protetti da ogni forma di sfruttamento.

Nel 1959, l’Assemblea generale dell’ONU proclama la “Carta dei diritti del fanciullo”, nella quale viene ribadito il diritto di nascita (con cure adeguate alla madre e al bambino nel periodo pre- e post-natale), il diritto all’istruzione, al gioco o alle attività ricreative, la protezione dalle discriminazioni razziali o religiose e il diritto di vivere in un clima di comprensione e tolleranza. Nel gennaio 1986 il Parlamento europeo ha approvato una Risoluzione nella quale si ritrovano le stesse raccomandazioni del precedente documento, con una particolare attenzione al problema dell’abuso sull’infanzia e sulla necessità di protezione del minore.

La psicologia e la psichiatria hanno cominciato a mettere al centro del loro interesse il tema dell’abuso sui minori, anche se tuttora gli attuali sistemi diagnostici ufficiali rifiutano di inserire il trauma dello sviluppo alla lista delle proprie aree prioritarie, privando il DSM (American Psychiatric Association 2013) di una diagnosi basata sull’esposizione cronica al maltrattamento in età infantile, che avrebbe il potenziale di allertare e guidare i clinici riguardo all’importante ruolo del trauma infantile in psicopatologia.

Sembra incredibile che un autorevole testo di psichiatria, il Comprehensive Textbook of  Psychiatry di Freedman e Kaplan (1974), affermò non molto tempo fa che “l’incesto è estremamente raro, e non avviene in più di 1 su 1,1 milioni di persone” (p.1536) […] e che nella grande maggioranza dei casi, non si sta peggio a causa di una simile esperienza”. Oggi sappiamo che 3 milioni di bambini, negli Stati Uniti, vengono presi in carico ogni anno dai Servizi per la Protezione del Bambino a causa di abuso e trascuratezza.

Facendo un balzo fino ai giorni nostri, a livello mondiale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità è stata la prima organizzazione a tracciare un bilancio complessivo sull’epidemiologia della violenza in tutte le sue forme con il recente Global Status Report on Violence Prevention 2014. Questo studio riporta che 1 adulto su 4 è stato abusato fisicamente da bambino, mentre il 36% degli adulti dichiara di aver subito un abuso psicologico.

Per quanto riguarda l’Italia, la prima denuncia sull’esistenza del fenomeno “maltrattamento” comparve, nella letteratura medica clinica in seguito alle ricerche compiute da Rezza e De Caro (1962). Le ragioni di questo ritardo, significativo in Italia ma diffuso in tutti i paesi mediterranei, sono molteplici e riguardano anche la diffusa riluttanza e difesa sociale ad ammettere l’esistenza di un fenomeno riprovevole e imbarazzante. Ancora più difficile risultava accettare che il maltrattamento infantile si trovasse non solo in seno a famiglie con cattive condizioni socio-economiche o con problemi di etilismo o patologie psichiatriche, ma anche in famiglie le cui condizioni sociali, strutture coniugali e comportamenti esterni apparivano normali o addirittura benestanti (Martone, in Montecchi 1994). Nei decenni a seguire varie associazioni volte a prevenire il fenomeno dell’abuso sessuale sui minori cominciarono a lavorare sul territorio e furono molto attive nel cercare di creare i primi contatti tra i vari operatori del settore. Sono poi sorte diverse iniziative che hanno avuto il merito di focalizzare l’attenzione collettiva sugli abusi all’infanzia: dall’istituzione del Telefono Azzurro, alla costituzione, nel 1993, del Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia (CISMAI), che attualmente coordina ed elabora le strategie di intervento di oltre duecento centri che si occupano di abusi all’infanzia in Italia.

Nella nostra costituzione la legge n. 154/01: “Misure contro la violenza nelle relazioni familiari” ha rivestito grande importanza, anche da un punto di vista culturale, dal momento che introduce la misura coercitiva dell’allontanamento del familiare violento al fine di predisporre un rimedio rapido ed efficace nei casi più gravi di violenza in famiglia, di pornografia e di sfruttamento della prostituzione minorile, attuati in danno dei prossimi congiunti o del convivente. Gli ordini, che possono anche essere emessi dal giudice laddove non si sia in presenza di reati perseguibili d’ufficio, possono essere di vario tipo: allontanamento dalla casa familiare (anche se questa è di proprietà esclusiva del soggetto allontanato), divieto di frequentazione di luoghi in cui abitualmente si trova il minore, obbligo di pagamento di un assegno al familiare che permanga in uno stato di bisogno. Si può far riferimento a questa legge sta nella possibilità di farvi ricorso anche laddove non si sia di fronte a situazioni che si configurano come reato accertato: è il caso degli ordini di protezione emanabili in sede civile, ma in presenza di una certa situazione di grave e pregiudizievole disagio (condizione che si può verificare in casi di grave e ripetuta “violenza assistita”, trascuratezza e maltrattamento psicologico ai danni di minori).

Con la legge 12 luglio 2011, n. 112 viene istituita l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza. L’Italia risponde così alle raccomandazioni espresse dai principali organismi internazionali, in particolare dal Comitato ONU sui Diritti dell’Infanzia, dotandosi di un organismo indipendente per la protezione e promozione dei diritti delle persone di minore età. Il tema dell’abuso e maltrattamento dell’infanzia ha costituito uno dei suoi principali focus di attenzione di questi anni. In particolare, è emersa con forza la necessità, da un lato, di conoscere e monitorare il fenomeno in modo completo e puntuale – anche a fronte dell’ampio sommerso –, dall’altro, di sviluppare modalità che permettano di agire in un’ottica preventiva oltre che ripartiva.

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In Italia le reali dimensioni del fenomeno maltrattamento in realtà sono sconosciute. Il CISMAI e Terre des Hommes (organizzazione internazionale per la protezione dei bambini) hanno però recentemente svolto la “Prima Indagine nazionale quali–quantitativa sul maltrattamento a danno di bambini”, che ha fornito un quadro sui dati del fenomeno in Italia raccolti attraverso i casi in carico ai Servizi Sociali (CISMAI, Terre des hommes 2014). Le due organizzazioni hanno portato a termine un’indagine pilota su un campione di 40 Comuni, non statisticamente rappresentativi della realtà italiana nel suo complesso, e pur tuttavia utili a dare una prima rudimentale fotografia dell’ampiezza del fenomeno.

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Nonostante lo studio evidenzi la “punta di un iceberg”, non potendo rendere conto della grande quota di situazioni di abuso che non arrivano ad essere prese in carico dai servizi, ha portato a risultati importanti. L’analisi, che ha raggiunto una popolazione di oltre 4,9 milioni di residenti e di 758.932 bambini e adolescenti, evidenzia che l’1,49 % dei minorenni residenti in Italia, in fatti, è risultato in carico ai Servizi Sociali per solo maltrattamento. In Italia, dunque, 4 bambini e adolescenti su 1000 sono in carico ai Servizi Sociali per un totale stimato di 457.453 bambini. Quanto alle tipologie di maltrattamento, l’indagine rileva che oltre la metà dei bambini maltrattati subisce una grave forma di trascuratezza, se si prendono in considerazione anche le patologie delle cure. La violenza assistita costituisce la seconda forma di violenza più diffusa tra quelle registrate: circa 1 bambino su 5 fra quelli maltrattati è testimone di violenza domestica intrafamiliare. Il maltrattamento psicologico ha un’incidenza superiore rispetto a quello fisico (13,7% contro il 6,9%). La forma di abuso meno ricorrente è quella sessuale, che colpisce 4 bambini su 100 maltrattati.

Si riportano di seguito l’infografica riportata nel documento:

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        Fonti e Bibliografia:

  • American Psychiatric Association (2013a), DSM-5 Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Quinta edizione. Milano: Raffaello Cortina, 2014
  • CISMAI, Terre des hommes (2014), Indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti in Italia. Risultati e prospettive. Download: http://garanteinfanzia.s3-eu-west-1.amazonaws.com/s3fspublic/documenti/Indagine_maltrattamento_TDH_Cismai_Garante_mag15.pdf
  • Felitti V.J., Anda R.F., Nordernberg D. et al. (1998), Relationship of Childhood Abuse to many of the Leading Causes of Death in Adults: The Adverse Childhood Experiences (ACE) Study, Am. J. Prev. Med., 14 (4), pp. 245-258
  • Freedman A.M, Kaplan, H.I. (1974), Comprehensive Textbook of Psychiatry, 2nd edn. Baltimore, MD: Williams & Wilkins.
  • Montecchi F., (1994),Gli abusi all’infanzia: dalla ricerca all’intervento clinico, La Nuova Italia Scientifica, Roma
  • Rezza E., De Caro B. (1962),Fratture osse multiple in lattante associate a distrofia, anemia e ritardo mentale (sindrome da maltrattamenti cronici), in Acta Pediatrica Latina, 15, 1962, pp. 121-139.
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