Abuso emotivo e trascuratezza

Il maltrattamento psicologico (abuso emotivo e trascuratezza).
Alessandro Gamba
www.studiodipsicologia.net

 

Non è semplice effettuare una rassegna completa della letteratura sul maltrattamento psicologico in quanto storicamente sono state utilizzate diverse espressioni per descrivere lo stesso costrutto (abuso emotivo, trascuratezza emotiva, neglect, abuso psicologico, maltrattamento psicologico). Solitamente si individuano due differenti tipologie di definizioni concettuali del maltrattamento psicologico (Verrocchio M.C. 2014, Il maltrattamento psicologico: caratteristiche e conseguenze):

1) quelle che si basano sulle conseguenze del maltrattamento psicologico nei bambini;

2) quelle che si focalizzano sui comportamenti maltrattanti dei genitori.

Nelle definizioni basate sugli esiti si parte dal presupposto che gli specifici comportamenti genitoriali, che determinano le diverse conseguenze, sono di secondaria importanza o troppi da elencare e che ciò che conta è l’effetto che tali comportamenti hanno sul bambino. Nell’ambito di questo approccio il maltrattamento psicologico viene definito in termini di atti di omissione o commissione, giudicati, tramite standard comunitari e professionali, come inappropriati e pericolosi, e agiti da figure genitoriali che si trovano in una posizione di differente potere, che rende il bambino vulnerabile. Questi atti verbali e non verbali, intenzionali o meno, danneggiano il funzionamento comportamentale, cognitivo, affettivo o fisico del bambino. C’è ormai un vasto consenso sul fatto che comportamenti maltrattanti reiterati durante lo sviluppo minano seriamente la percezione individuale del sé come degno di valore, la percezione individuale che il mondo sia positivo o neutro piuttosto che ostile, la capacità dell’individuo di imparare e di adattarsi all’ambiente, la capacità di riconoscere con precisione le emozioni proprie e degli altri, e di sviluppare risposte adeguate e differenziate, la capacità di percepire e di rispondere positivamente ai desideri e ai bisogni degli altri, la capacità di costruire e mantenere relazioni adeguate.

Le definizioni che si focalizzano sui comportamenti dei genitori includono molte azioni che possono essere considerate psicologicamente maltrattanti tra cui: denigrare, negare la responsività emotiva, ignorare, sfruttare/corrompere, non riconoscere l’individualità del bambino, non promuovere l’adattamento sociale, isolare, rifiutare, terrorizzare, aggredire verbalmente e minacciare. La maggior parte di queste definizioni include le sei categorie di specifici comportamenti genitoriali identificate dall’American Professional Society on the Abuse of Children (APSAC), che possono manifestarsi in forma diretta, quando il bambino viene colpito direttamente, o in forma indiretta, quando il bambino, in qualità di osservatore, ne subisce le conseguenze:

 

  • rifiutare: sminuire, rimproverare, denigrare, aggredire verbalmente, imprecare, chiamare con nomi dispregiativi, essere crudele, prendere in giro, essere ostile, respingere, ridicolizzare in pubblico;
  • terrorizzare: minacciare con violenza il figlio o chi da lui è amato;
  • isolare: isolare il bambino da amici, parenti e da normali esperienze di socializzazione, confinarlo in uno stretto isolamento;
  • sfruttare/corrompere: incoraggiare a sviluppare comportamenti inappropriati e non adattivi come mostrare, consentire o incoraggiare comportamenti antisociali (per esempio, prostituzione, spettacoli pornografici, iniziazione ad attività criminali, abuso di sostanze, violenza o corruzione ai danni di altri) e/o evolutivamente inappropriati (infantilizzazione, realizzazione dei sogni “irrealizzati” dei genitori, ecc.);
  • negare responsività emotiva: essere freddo o indifferente, fornendo insufficiente nutrimento e/o affetto, ignorare;
  • trascurare la salute fisica, mentale ed educativa del bambino.

L’abuso emotivo si esprime anche attraverso critiche, ironia, sarcasmo, disprezzo e angherie ripetute e continue, modalità verbali fortemente svalutanti e sadiche, coinvolgimento del bambino in conflitti e in ideazioni patologiche. Naturalmente anche l’esposizione alla violenza domestica e alla grave conflittualità della coppia genitoriale costituiscono altra grave forma di maltrattamento psicologico (violenza assistita).

Comportamenti specifici a parte, la cui identificazione potrebbe risultare non particolarmente utile, sembra predominante una concettualizzazione a due vie del maltrattamento psicologico che contempla, da una parte, un aspetto di abuso, caratterizzata da una serie di atti di commissione (rifiutare, terrorizzare, sfruttare/corrompere) e, dall’altra, un aspetto di abbandono/trascuratezza, caratterizzata da atti di omissione (isolare e negare la responsività emotiva).
O’Hagan (1995) distingue l’abuso emotivo dal maltrattamento psicologico:

  • Abuso emotivo: una reazione emozionale stabile, ripetitiva e inappropriata alle emozioni del bambino e alle sue espressioni comportamentali, che provoca in lui sentimenti di paura, umiliazione e angoscia, e altera la sua capacità di regolare e modulare le emozioni.
  • Maltrattamento psicologico: una risposta comportamentale stabile, ripetitiva e inappropriata che danneggia o impedisce lo sviluppo di importanti facoltà mentali (quali, l’intelligenza, la percezione, l’attenzione, il riconoscimento e la memoria), fondamentali per lo sviluppo sociale, emotivo ed educativo del bambino.

Glaser (2002) propone una cornice interpretativa alternativa, che non si basa sui comportamenti negativi o sulla relazione patologica genitore-figlio, ma pone l’accento sul bambino, in particolare sul suo essere “psicosociale”. Un bambino è «una persona che esiste e che possiede propri attributi e caratteristiche; il bambino è per definizione vulnerabile, dipendente, e in continuo e rapido sviluppo; è un individuo che possiede e sperimenta i propri sentimenti, pensieri e percezioni; è essere sociale che è in costante interazione con il proprio contesto sociale» (Glaser, 2002; p. 703). La violazione o il mancato rispetto di uno di questi elementi può costituire un criterio di abuso emozionale e trascuratezza dei minori. Le caratteristiche che secondo Glaser descrivono una relazione psicologicamente maltrattante sono:

  • indisponibilità emotiva, apatia e negligenza: il caregiver non è in grado di rispondere ai bisogni emotivi del bambino;
  • attribuzioni negative ed errori di attribuzione sul bambino: il bambino è considerato meritevole di denigrazione, ostilità e rifiuto, e crescerà interiorizzando tali credenze su se stesso;
  • interazioni evolutivamente inappropriate e incoerenti: le aspettative del genitore sul bambino vanno oltre la sua capacità di sviluppo (iperprotezione e limitazione nell’esplorazione e nell’apprendimento, esposizione a eventi confusi e/o traumatici). Questa categoria contiene una serie di diverse interazioni tra cui l’esposizione alla violenza domestica;
  • mancato riconoscimento dell’individualità del bambino: il bambino viene utilizzato per il soddisfacimento dei bisogni psicologici del genitore (incapacità di distinguere tra la realtà del bambino e le credenze e i desideri dell’adulto). Questa categoria è molto spesso ritrovata nel contesto di divorzio, in casi di controversie per la custodia dei figli;
  • incapacità di promuovere l’adattamento sociale del bambino: inadeguata stimolazione cognitiva e di opportunità di apprendimento esperienziale.

Tale classificazione consente di intervenire in modo più specifico in funzione delle differenti motivazioni e degli stati psicologici dei genitori, che sottendono i comportamenti maltrattanti. Molte forme di maltrattamento psicologico non sono segrete ma palesi e facilmente osservabili, oltre che frequenti; tuttavia sono forme spesso misconosciute di abuso all’infanzia e ne viene sottovalutata la dannosità. I problemi nascono dalla mancanza di consapevolezza degli adulti circa i danni che un comportamento connotato da trascuratezza emotiva produce sui minori e dall’assenza di una precisa soglia, nel campo del maltrattamento psicologico, tra ciò che è abuso e ciò che non lo è, a differenza di altre forme di abuso all’infanzia.

La Glaser (2002) individua le seguenti aree di rischio:

  • indisponibilità, trascuratezza, non responsività emozionale;
  • qualificazioni negative e mistificanti del bambino;
  • interazioni con il bambino inappropriate o incongrue rispetto all’età;
  • mancato riconoscimento e rispetto dell’individualità del bambino e dei confini psicologici; mancata promozione della socialità del bambino.

A seguito dell’analisi della letteratura in merito, appare necessario utilizzare un unico termine “maltrattamento psicologico” per riferirsi ad atti di omissione (trascuratezza emotiva) e ad atti di commissione (abuso psicologico). Ciò faciliterebbe sia il confronto dei risultati delle ricerche sia la selezione di strumenti adeguati, che misurino tutti gli aspetti del fenomeno, con importanti implicazioni applicative in campo clinico e di ricerca. L’espressione maltrattamento psicologico del resto include, secondo la definizione dell’APSAC, anche la trascuratezza e l’abuso emotivo. Tale proposta, condivisa da molti autori, parte dal presupposto che l’aggettivo “psicologico” comprende sia il concetto di emozione che gli altri processi psicologici (per esempio, i processi cognitivi) e che il termine “maltrattamento” comprende sia l’abuso sia la trascuratezza.

maltr

Il National Child Abuse and Neglect definisce la trascuratezza come una forma di maltrattamento che vede un adulto (economicamente adeguato) che non presta le cure necessarie e appropriate all’età del bambino. Non si tratta quindi di una valutazione sulle intenzioni o sui comportamenti dei genitori, ma sulla responsabilità condivisa di genitori, famiglia allargata e del contesto ambientale.

Questo modo di maltrattare l’infanzia viene suddiviso in tre categorie: la trascuratezza fisica, la trascuratezza educativa, la trascuratezza emotiva.

  1. la trascuratezza fisica, intesa come la mancanza di un corretto accudimento materiale da parte delle figure parentali, tale da non garantire al bambino una corretta alimentazione, vestiario, igiene e protezione; sono inclusi anche comportamenti legati al ritardo o al rifiuto di cure mediche appropriate, laddove necessarie. In questa categoria troviamo inoltre la disattenzione per i rischi domestici, oltre ad altre forme di indifferenza per la sicurezza e il benessere del bambino (per esempio, la guida in stato di ebbrezza con il bambino in macchina, o il lasciarlo solo in un’auto per lungo tempo). In tutti questi casi la trascuratezza fisica è conseguenza di un atteggiamento di grave disattenzione da parte degli adulti di riferimento a qualsiasi tipo di pericolo che può ledere l’incolumità fisica, la salute e lo sviluppo del bambino;
  2. la trascuratezza emotiva, che equivale alla mancanza di responsività e all’indifferenza emotiva verso i bisogni del bambino. Sono qui incluse quelle condizioni di coinvolgimento o di esposizione estrema ai conflitti e alla violenza familiare, e/o far assistere volontariamente o involontariamente il bambino a comportamenti non appropriati alla sua età (atti sessuali) o devianti (uso o vendita di droghe). Alcuni autori (Veltkamp et al., 1994) inseriscono in questa categoria alcuni comportamenti che si possono considerare al limite con il maltrattamento psicologico: il biasimo protratto, le critiche eccessive, la disparità di trattamento tra fratelli, ovvero tutto ciò che provoca nel bambino l’idea di non essere amato e che può favorire lo sviluppo di una distorta percezione di sé, caratterizzata da autosvalutazione e senso di scarsa efficacia. Appartiene a questa tipologia di abuso anche il non permettere al bambino di ricevere cure e trattamenti psicologici, laddove necessari per sostenere il suo benessere;
  3. la trascuratezza educativa, che implica l’inadempienza ai bisogni educativi e cognitivi del minore. Essa comprende sia l’elusione dell’obbligo scolastico, sia il rifiuto dei genitori a coinvolgersi nelle iniziative e nei programmi indicati dagli insegnanti, limitando quindi anche le opportunità di socializzazione (Horwath, 2007).

Alcuni autori ne identificano un quarto tipo;

4- la trascuratezza ambientale, caratterizzata dal vivere in ambienti segnati dalla criminalità, dalla scarsa civiltà e dalla mancanza di risorse culturali e sociali positive. I bambini che vivono in tali contesti possono, in età adulta, divenire soggetti antisociali, dediti all’uso di alcool o di sostanze.

La trascuratezza, soprattutto quella emotiva, pur essendo gravemente dannosa per il bambino, si accompagna spesso a una scarsa consapevolezza della pericolosità dei comportamenti degli adulti di riferimento. A differenza di quanto avviene per le altre forme di maltrattamento, fisico e sessuale, la soglia tra ciò che è abuso e ciò che non lo è appare maggiormente sfumata. Diviene evidente la necessità, per un’efficace azione preventiva, di approfondire quei segni che possono celare forme di subdola e cronica violenza (Di Blasio, 1980). Tra le diverse forme di maltrattamento la trascuratezza, a livello mondiale, è la condotta di abuso maggiormente diffusa (US Department of Health and Human Services, 2008), opera silenziosamente e troppo spesso passa inosservata e non viene percepita con la stessa gravità del maltrattamento fisico o sessuale. L’osservatorio più autorevole sui traumi dello sviluppo, (The Child Maltreatment report for 2010, redatto dello stesso dipartimento) riporta che circa il 10% della popolazione generale ha avuto una o più esperienze di maltrattamento/abuso nell’infanzia, nell’ 80% dei casi da parte dei genitori o caregivers. La “parte del leone” in questa statistica la fa proprio la trascuratezza emotiva grave, una forma di abuso che  solitamente non lascia segni evidenti, per questo definita “epidemia nascosta”. Gli abusi possono infatti non essere registrati dal soggetto che li subisce come eventi negativi, perché in un clima costantemente trascurante è difficile per un bambino immaginare un’altra gamma di possibili esperienze della vita. Sarebbe un po’ come spiegare l’acqua a un pesce…bisognerebbe tirarlo fuori dall’acqua. Altra complicazione è che a denunciare l’abuso dovrebbero essere i genitori,  che nella maggioranza dei casi sono proprio i responsabili dell’abuso. Abusare fisicamente un bambino rientra più facilmente nella categoria dei “fatti” perpetrati, ma tutto quello che “non è stato fatto” per tutelare emotivamente un figlio è qualcosa che più difficile rientra nella consapevolezza di un genitore. Dunque molto spesso il neglect (termine inglese frequentemente usato come sinonimo di trascuratezza) è difficile da rintracciare nella storia di una persona.

Volendo riassumere le varie, tante, definizioni di trascuratezza possiamo dire che si può parlare di trascuratezza (Giamundo, 2014) quando il minore non viene protetto dall’esposizione a qualsiasi genere di pericolo e diviene vittima di insuccessi in importanti aree dell’accudimento, con conseguenti danni significativi per la salute, per lo sviluppo psicologico e/o un ritardo della crescita in assenza di cause organiche (Child Protection Register, 2009).

Erickson e Egeland (2002) sono propensi a definirla come un atto omissivo che può essere intenzionale o meno; altri autori, sottolineando l’importanza ai fini valutativi del fattore “persistenza dei comportamenti trascuranti”, propendono per il prendere in considerazione i comportamenti negligenti solo se messi in atto in modo cronico. Il neglect è infatti di frequente una tipologia di violenza che assume caratteristiche di cronicità e pervasività e, in quanto tale, diventa una caratteristica intrinseca delle relazioni, la cui regolarità rischia di divenire normalizzante, non permettendo al bambino di prendere atto delle gravi omissioni del contesto familiare, sulle quali non può esercitare un’azione critica e riflessiva.

 

Fonti e Bibliografia:

 

  • Di Blasio P. (1980), Psicologia del bambino maltrattato, il Mulino, Bologna.
  • Erikson, M. F., Egeland, B., & Pianta, R. C. (1989), The effects of maltreatment on the development of young children. In D. Cicchetti & V. Carlson (Eds.), Child maltreatment: Theory and research on the causes and consequences of child abuse and neglect. New York: Cambridge University Press
  • Giamundo V. a cura di (2014), Abuso e maltrattamento all’infanzia. Modelli di intervento e terapia cognitivo-comportamentale. F.Angeli, Roma.
  • Glaser, D. (2002). Emotional abuse and neglect (pshycological maltreatment): A conceptual framework. Child Abuse & Neglect, 26, 697-714, doi: 10.1016/S0145-2134(02)00342-3.
  • O’Hagan, K. P. (1995), Emotional and psychological abuse: Problems of definition. Child Abuse & Neglect, 19, 4, 449-461.
  • Veltkamp L.J., Miller T.W. (1994), Clinical Handbook of Child Abuse and Neglect, International Universities Press, Madison, CT.
  • US Department of Health and Human Services, Child Maltreatment Report 2010. Download: http://archive.acf.hhs.gov/programs/cb/pubs/cm10/cm10.pdf
  • US Department of Health and Human Services, Child Maltreatment Report 2010. Download: http://archive.acf.hhs.gov/programs/cb/pubs/cm10/cm10.pdf
  • Verrocchio M.C (2014)., Il maltrattamento psicologico: caratteristiche e conseguenze. Maltrattamento e abuso all’infanzia, vol.16, n.1, marzo 2014

 

 

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